Dal 2012 al 2023, a Modena, hanno chiuso quasi 350 negozi e oltre 80 bar, sono cresciuti di oltre 60 unità i ristoranti e di 40 le attività ricettive diverse dagli hotel. È questo quanto emerge da un’indagine dell’ufficio studi di Confcommercio su dati del Centro Studi delle Camere di Commercio G. Tagliacarne.

Numeri alla mano, il commercio al dettaglio è calato – nel periodo 2012-2023 – di 349 unità, passando da 1.738 a 1.380 imprese, con una riduzione consistente avvenuta in centro storico, dove sono state abbassate 175 serrande (erano 691 unità del 2012 e sono 516 del 2023), di cui 38 solo nel 2023. Un vero tracollo c’è stato per i negozi specializzati (abbigliamento, mobili, giocattoli, libri, calzature), passati da 626 del 2012 a 443 del 2023: volatilizzate 183 attività – oltre la metà in centro storico (103) – e di cui 42 solo nel periodo 2019-2023. Male anche il commercio ambulante, che ha perso quasi il 40% delle imprese attive nel 2012, passate così da 179 a 112.
Per bar e ristoranti, il quadro è stazionario, visto che si è passati da 859 imprese del 2012 a 837 del 2023, ma occorre fare delle distinzioni: nel centro storico e in periferia è cresciuto il numero di ristoranti (+61), passati da 444 del 2012 a 555 del 2022, mentre continuano a calare i bar: -83 di cui 15 in centro e 68 in periferia. Sulla ricettività il saldo continua a essere positivo: le imprese sono aumentate da 53 del 2012 a 83 del 2022, ma i numeri non devono trarre in inganno, perché nella grandissima parte dei casi non siamo di fronte a nuove imprese, ma ad attività di piccolissima taglia (b&b e room&breakfast), come quelle affiliate al circuito Airbnb. «Attività non imprenditoriali, quelle degli affitti brevi, cresciute come funghi – sottolinea Tommaso Leone, presidente provinciale Confcommercio città di Modena – che non solo fanno concorrenza sleale ai nostri hotel, ma che generano un effetto distorsivo sul mercato delle locazioni, sottraendo un numero sempre più cospicuo di immobili alla domanda di chi viene a Modena per lavorare in settori strategici come quelli della sicurezza, della sanità e dell’automotive».

«Per ciò che riguarda il commercio – continua – Modena è purtroppo in linea con l’andamento nazionale: negli ultimi undici anni, complice la riduzione dei consumi, sono scomparsi a livello nazionale oltre 110mila negozi fisici – di cui oltre 4.500 spariti durante la pandemia – e abbiamo al contempo assistito all’ulteriore consolidamento del canale delle vendite on line da parte dei giganti del web, anche se da mesi cominciamo a intravedere un incremento nelle preferenze di acquisto nei negozi tradizionali». Anche per Modena è poi il caso di fare una distinzione degli esercizi commerciali tra centro storico e periferia: nel centro storico la chiusura degli esercizi commerciali rappresenta una chiusura definitiva di punti vendita, mentre in periferia si assiste al fenomeno dei cosiddetti ‘accorpamenti’ tra più unità e relative superfici, che in centro storico è spesso tecnicamente impossibile fare.

«Fa riflettere la fotografia per il settore della ristorazione – sottolinea – che da un paio d’anni ha smesso di crescere in modo vorticoso come era accaduto fino al 2020: ha pesato, probabilmente, l’effetto di crisi aziendali generate dal Covid e rivelatesi senza via d’uscita successivamente». È necessario quindi «invertire un trend pericoloso di desertificazione commercial – conclude -. Sul commercio la china potrà essere almeno arginata se il nuovo Piano regolatore e i progetti di rigenerazione urbana connessi al PNRR saranno strumenti di sviluppo urbanistico e non mere operazioni immobiliari, in cui i servizi di prossimità, a partire dai negozi, siano elementi di qualità urbana e coesione sociale: nella direzione di favorire uno sviluppo urbano sostenibile e valorizzare il ruolo sociale ed economico delle attività di prossimità nelle città vanno il progetto Cities di Confcommercio e la rinnovata collaborazione con l’Anci».